Della Natura e delle cose naturali

“Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.”

FRANCESCO D’ASSISI

Oggigiorno tendiamo a parlare della natura come di qualcosa lontano, separato dai luoghi abitualmente frequentati. Per un uomo che vive in città, la natura consiste nei boschi del Trentino o nelle colline della Toscana. Ma prima di tutto noi esseri umani, in qualità di corpi animali, non siamo “natura”? E che cosa ci permette di discernere nell’ambiente che ci circonda ciò che è naturale da ciò che non lo è? Non possiamo pensare di definire naturali solamente le cose che non sono state create o manomesse dall’uomo, altrimenti nell’istante medesimo in cui poniamo un umano in un luogo tale posto cessa di essere naturale. Credo vi sia invece, dentro ognuno di noi, una sorta di sesto senso che ci consente di stabilire senza eccessive riflessioni la naturalità o meno di un oggetto o di uno spazio. Vediamo qualche esempio. Un condominio è descritto come completamente all’opposto del concetto di “naturale”: la prevalenza dell’uso del cemento, le dimensioni eccessive rispetto alla media degli oggetti non creati dall’uomo, le forme solitamente squadrate e i colori magari artificiali di qualche struttura sono indici inequivocabili per dare un giudizio di un certo tipo. Una casa in legno, invece, costruita con una materia prima che viene lavorata ma non trasformata nella sua essenza, di grandezza contenuta, che subisce delle modificazioni in linea con quelle solitamente seguite dalle altre “cose naturali”, può essere classificata come un manufatto appartenente ad un contesto naturale. Analoghe osservazioni possono essere fatte per un gran numero di costruzioni architettoniche. Una nera strada asfaltata delimitata da sproporzionati e scintillanti guardrail si trova all’opposto di una via in terra battuta demarcata da più semplici barriere color ruggine. Di fronte alle opere alle quali diamo vita sappiamo dire quali sono in linea con la natura della Terra e quali no. Tuttavia preferiamo dare priorità a tanti altri parametri come economicità, comodità, velocità e via discorrendo.

È tanto difficile comprendere che più ci distanziamo da ciò che siamo in grado di riconoscere come naturale tanto più ci allontaniamo da noi stessi, sia fisicamente che spiritualmente? Proliferano studi che dimostrano che il verde comunica serenità, che passare anche solo alcune ore nei boschi migliora lo stato psicofisico di un soggetto o che gli ortaggi del proprio orto sono più sani di quelli commercializzati dalle industrie alimentari. Sono davvero necessarie intense ricerche per capire ciò? Per palesare il fatto che non è la “natura” ad essere fonte di nuovi spunti interessanti per il benessere della specie umana ma è l’uomo ad essere un idiota ad isolarsi da quello che è l’ambiente nel quale dovrebbe di norma vivere? Però, come sempre, giungere a queste conclusioni significherebbe dover rinunciare al mondo del successo, della crescita, del guadagno.

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C’è forse anche troppa carenza di educazione in merito a temi come il rispetto dell’ambiente, la conoscenza di animali e piante o la vita dell’essere umano in contesti rurali. Non sto parlando di salvaguardia del mondo a causa di cambiamenti climatici, catastrofi naturali, etc., tematica per la quale per fortuna almeno qualcosa si sta muovendo. Intendo dire cose molto più banali. Mi fa sorridere immaginare, sperando appunto che sia solo un’immaginazione, qualche bambino di città che pensa che i conigli facciano le uova o cose del genere. Se ci ritroviamo un insetto in casa, oltre al normale ribrezzo che si può provare in qualche caso, evidenziamo il fatto come un grave attentato alla nostra incolumità da parte di un nemico giurato. Non pensiamo che semplicemente è più normale che qualcheduno di essi vi sia piuttosto che non se ne riscontri traccia. Per certi versi l’educazione in merito a volte non è mancante, ma cattiva. Ci sono bimbi cresciuti insegnando loro, magari in maniera implicita, che sedersi in un prato è riprovevole, bagnarsi sotto alla pioggia è tassativamente da evitare e mangiare qualche frutto di bosco è tremendamente pericoloso. Dovremmo essere sottoposti obbligatoriamente in gioventù a quella prova fatta da alcune tribù del passato, che abbandonavano un adolescente per un certo tempo nella foresta da solo, per metterne alla prova la sua maturità. Noi però lo faremmo con scopi ben più basilari, ovvero imporre ad un ragazzo di guardarsi intorno e scoprire un poco il mondo che lo circonda per quello che davvero è.

Quanto è sottovalutata poi la bellezza del mondo allo stato originario delle cose? Siamo in grado di lodare il design dei prodotti tecnologici appena messi in vendita. Incensiamo stilisti e influencer di moda per le loro fantastiche intuizioni. Elogiamo registi cinematografici per i sorprendenti film da loro realizzati. Non osserviamo invece con attenzione il mondo naturale che ci circonda, straordinariamente ricco di fonti di bellezza. Alcuni paesaggi, come il mare della Costa Smeralda o le Alpi svizzere, sono riconosciuti da tutti come stupendi, anche se magari in maniera un po’ superficiale. Vi sono eppure dei soggetti molto più piccoli e semplici che possono colpirci per il loro fascino. Un sentiero nel bosco, uno scoglio peculiare o un ampio prato possono essere bellissimi. È anche il modo attraverso il quale li si contempla a fare la differenza. Cogliere l’incanto di cose come queste richiede sensibilità. Apprezzare davvero un albero può voler dire osservarlo da più punti di vista, sfiorare con le proprie mani la corteccia, calpestare le sue foglie cadute a terra, respirare l’aria che gli sta intorno e tornare a trovarlo. Piccoli gesti che possono scatenare sensazioni dentro di noi in grado di dar vita al concetto di bellezza.


Tratto da: “Il passo del giaguaro”, Alessandro Barili, Naturalmente edizioni, 2020, ISBN-13: 979-8569688210, https://amzn.to/2K35FG8.